Cronaca di fine estate

La rubrica delle cronache si arricchisce di nuovi testimoni, ancor meglio se sono osservatori affettuosi, quali mogli e cari al seguito degli atleti. Parafrasando il mercato, la libera combinazione delle emozioni genera buoni frutti. Ben vengano.

Or dunque veniamo al fatto: Ironman di Cervia, 22 settembre 2018. 

Scelta meditata in primavera nella speranza che divenga la gara sociale Dttri per il 2018. Amici e amiche abbozzano positivi propositi, ma le intemperie del tempo fan deragliare le buone intenzioni. Regge fino alla fine il buon Roger, purtroppo una tachicardia all’ultimo tornante lo costringe al riposo. Rimaniamo in due. Dubito di tenere il suo passo, mi limito ad una rispettosa reverenza in lontananza. Mi adeguo. Mi accodo a tutti gli amici che nell’estate sfidano la lunga distanza: Ivo, Marco, Alberto e l’immancabile Coach, nelle vesti dell’amico burbero e critico. Inevitabili Luisa, Pier per le distrazioni e le aggiunte di calorie, caffeina e risate.

Non divaghiamo: preparazione. L’estate procede con l’usuale disordine. Lunedì programmazione 3+3+3 = un lipidico per disciplina, un veloce soglia non soglia per disciplina, un lungo per disciplina. Rigorosamente il combi del giovedì: bici (pausa con dolcetto alla pasticceria stellata, ma sempre sotto un pelo, anzi un velo, al nostro), bici, corsa. Ovviamente i razionali propositi cadono all’avviso di uscita con l’amico del giorno. Qualche borbottio, poca resistenza, il divertimento primeggia e la fatica va diluita con accese discussioni sulle vicende terrene e planetarie del Dttri e dintorni.

Tutto procede, superata pure una caduta in bike. La data fatidica segna i giorni e le ore. Settimana di scarico  con primo bilancio della preparazione. Dati, da giugno pedalati 4.155 km, corsi 525 km, nuotati 97,7 km. Speriamo bastino. I dubbi permangono.

E veniamo alla partenza. Sembra tutto impossibile, solo l’abile mano di Ivo riesce a guidarmi tra i colori delle borse da riempire, l’entrata della zona cambio, il pettorale, gli adesivi, il dramma per la pompa dimenticata. Gli alibi per la fuga si esauriscono, pure il dolore lancinante al quadricipite sinistro fa parte del copione, altrimenti detto: la paura del giorno prima.

Finalmente si alza il sipario, che la recita abbia inizio.

Questi del Pallino Rosso la sanno lunga. Ti prelevano la mattina presto e ti indirizzano nella corsia senza che tu abbia a pensare. Ovviamente non mi sono dimenticato del regista occulto, della donna che accudisce e che con mano silente zittisce i lamenti dell’atleta.

Start nuoto: tracciato scandito da visibili boe gialle nei primi 2500 metri, breve rientro e altri 1300 attorno a boe arancioni. Panico fino ai 500, mi ritiro, dai attendi qualche bracciata. Delle meduseincredule mi osservano mentre le bracciate si alternano. Infine senza troppi colpi a ferire, dati e subiti, l’uscita è guadagnata. T1 lentissimo: ci si spoglia e ci si riveste completamente. Fuori zona cambio la pedalata è fluida. Cresce la fiducia. Due giri da 90  km con ritorno post in cima alla collina di Bertinoro.  Dolori ai piedi, segno che la giornata sarà calda. Nel frattempo ripasso i miei segreti, le previsioni mai svelate per non doverne rispondere. Nuoto 1h15’/20’; bici 5h50’; corsa 4h.30 con oscillazioni di 15’ in più o in meno. Totale, fate voi. 

Al primo giro sono sotto le 3h, sorriso di soddisfazione, eppure qualcosa non torna, piccoli segnali d’allerta. Prima barretta dopo il nuoto è così via ad ogni ora. La quarta non scende, lo stomaco si è ammutinato, rifiuta i ripetuti solleciti: niente, niet, nada, nothing. La leniniana domanda sul che fare, esige una risposta. Fine bici, tre barrette avanzate, traduco: sono passate due ore senza ingerire carboidrati, si raschia il barile delle calorie. 

Il vivere è il vero dilemma. Capisco bene di essere giunto al confine, al limite. Sono là dove volevo essere. Sento tutto il calore del dramma, oltre che di quello solare (32/33 gradi, mi  dicono). La sfida è nel provare le proprie convinzioni, sottoporle al vaglio della scelta. Ripasso il mantra: “le idee valgono per quello che costano, non per quello che rendono”, suggerisce don Mazzolari, o il cardinal Bevilacqua. Ecco, ora son qui, pronto a sfidare le mie convinzioni maturate e consolidatesi nel tempo, nell’agio del divano. 

La morale è ancor più dell’etica, essa porta a giudicare se stessi e gli altri. E’ una brutta bestia, si annida ammorbando la coscienza e non ti abbandona mai. L’antidoto è blindarla nelle certezze: bianco vs nero, bello vs brutto, male vs bene. Il gioco degli opposti ci allieta, ci cinge nella corazza del sapere, senza sapienza. E allora:torniamo al 90esimo km. L’essere Ironman non è superare la linea del traguardo, ma farlo nel rispetto delle convenzioni: nuotare, pedalare, correre. Quante volte me lo sono ripetuto, tanto da farne una metafora, un assioma ad uso e consumo per tutte le evenienze. Ora mi ci specchio. Il suo spirito, la sua essenza si figura ai miei occhi. Cervia con le sue insidie ti ha mostrato il suo vero volto: sta a te decidere. Fermarsi, ancorandoti alle tue convinzioni, tanto da farne una fortezza invalicabile, o attraversarle, violarle, oltrepassare la linea della sicurezza e guardare l’ignoto. 

Finisce il secondo giro, rimando al T2. Parto, Ivo, sua moglie, suo figlio mi incitano, mi allietano con urla di gioia, non posso deluderli. Insisto, lo sforzo è doloroso, lancinante. Il corpo esige rispetto e ascolto. Ogni passo è una fitta, lo stomaco si è accartocciato in un bolo indigesto, ostile, da espellere il prima possibile. Mi sdraio su una panchina, al sole, chiudo gli occhi e decido. Accetto il confronto, decido di portare a termine la gara, costi quel che costi. Lo devo a tutti coloro che mi hanno accompagnato, che mi attendono, lo devo a me stesso. Parto, passo dopo passo mi addentro nell’umiltà dello scoprirmi un essere debole, scorgo la verità indicibile del perdente, la boria di vincere, di prevalere, di competere, si muta nella ricerca dello sguardo altrui. Non commiserazione o derisione trovo, bensì serenità. Guardo, vedo  persone che mi affiancano, mi superano, altre si accasciano al suolo, eppure tutti mi sorridono, nei loro sguardi intravedo umanità, amicizia, condivisione. Una parola data e ricevuta nella babele delle 74 nazionalità che popolano Cervia, oserei dire in  serena beatitudine. Termine delle sacre scritture,  evocativo di una messa laica dove le persone sono in cammino, insieme. Formano una piccola, forse irrilevante, minuscola, marginale, evanescente umanità , ma reale, concreta, espressione di una fratellanza vivente, lacera, sporca, perfino maleodorante. E’ viva, generosa, urlante la propria felicità. E’ebbra di letizia, gaudente, in cammino consapevole che la metaraggiunta, transitoria e animata da una coppia di celebranti all’urlo di “you are un Ironman”, porterà in dono il sentirsi parte di una comunità, di aver colto anche per un solo effimero attimo l’eternità. 

Non mi sono mai sentito così contento, rido, stringo mani, accarezzo bambini festosi che mi porgono bicchieri d’acqua e fettine di frutta, altro non riesco ad ingerire. Passano i kilometri e sono sempre più ultimo, anzi mi sento ultimo nell’animo. Trovo letizia in gesti semplici: Il figlio di Ivo mi porge una maglietta asciutta che mi riscalda e mi rincuora. Procedo, assisto al tramonto tra i rami dei pini marittimi e osservo le luci spegnersi sul mare. Momenti di silenzio e voci incitanti si susseguono. Vorrei tanto fermare il tempo , il traguardo si avvicina, ultimo braccialetto e mi godo ogni metro, ogni frammento, ogni suono. Al trentanovesimo kilometro sicuro di arrivare, onoro la gara correndo. Mi sento volare, senza più alcun dolore e rido. Il tappeto finale è un’apoteosi. Vedo un braccio amico, Davide si allunga, mi accoglie e ricambio. Un’energia incredibile si trasmette in quel gesto. Tutto è in esso. Il giovane amico e il suo essere in quel momento il Dttri che io saluto e ricambio con tanto affetto. 

Vorrei tornare indietro, ripetere all’infinito l’epilogo ma altre urgenze mi attraggono, mi reclamano a cominciare da Cinzia che si sbraccia nel lato opposto, reso ceco dalle luci del palco. 

Nella circolarità del giorno si ripresenta l’antico mistero. Esauriti i perché dell’alba, al tramonto ne emergono  di nuovi. Accantonato il proposito di smettere, quale altra meta si presenta. Il fascino dell’Iron, se non inteso come misero vessillo da appuntare al petto, si cela nelle domande che pone, non nelle risposte trovate. O per farla breve l’inno alla vita emerge dal passato, si alimenta del presente e si ciba di futuro. E che tutti possono godere di una giornata particolare, di perdersi, di ritrovarsi  nell’intrigante cammin di nostra vita.
Valerio

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